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Vi racconto il ‘gigante’
malato di burocrazia

serraglio

Intervista di Fabio Raffaelli

“Lei è stato fortunato. Fortunato a trovare me. Nessun altro le parlerà del Real Albergo dei Poveri con la franchezza che userò io…”.

Siamo al telefono ma sembra di vederlo sorridere, Peppe Marmo. Dal 1970 si batte perché questo enorme monumento, vanto di un sociale che si perde nei secoli, non finisca in un ammasso di macerie. Vittima di quel disinteresse che l’Italia ben conosce. Da quasi quarant’anni Peppe ‘abita’, con la sua palestra, all’interno del ‘serraglio’ (così viene anche definito dai napoletani il Real Albergo). Il Kodokan è una delle strutture sportive più grandi d’Italia, nata grazie alla lungimiranza del professor Sergio Fati. Qui si sfornano campioni, da qui partono i ragazzi che porteranno a casa ori e argenti a livello internazionale.

“Ci manca solo qualche trofeo olimpico – afferma Peppe – per il resto non ci possiamo lamentare. Oltre 100 titoli italiani, un bronzo agli italiani dello scorso anno con una bimba down”.
Giovani affamati di sport (circa 7/800 iscritti), infatti, accanto a duecento loro coetanei che vengono da quell’area di emarginazione e disagio sociale così frequente nel tessuto napoletano. Senza contare molti ragazzi con handicap di varia natura.

Peppe e la sua palestra un po’ d’invidia la suscitano. E’ fisiologico. Mentre si avvicendano amministratori e tecnici per cercare una destinazione d’uso al Real Albergo lui, con pochi seguaci, è riuscito a ridare smalto a 2500 metriquadri dell’imponente struttura napoletana.
“Tutto con i nostri soldi, nessun aiuto dall’esterno – afferma con orgoglio – un milione tondo tondo. In più paghiamo un canone ‘ricognitivo’, questo il termine tecnico, di 1500 euro al mese. Dobbiamo fare di più?”.

Voi vi siete mossi, con successo, seguendo un’idea. E per gli altri 120mila metriquadri?

“Le idee ci sarebbero, eccome. Viviamo circondati, qui a Napoli, da gente che ha bisogno di tutto. Anche di un tetto. Da anni ci battiamo, con il comitato che vede, tra i motori, padre Alex Zanotelli per riqualificare almeno 1200 metriquadri destinandoli alle emergenze. L’Albergo dei Poveri per i poveri, quale finalità migliore? Da sei anni, invece, tutto è fermo. Un progetto divorato dalla burocrazia”.

 

Ma è possibile che, in tutti questi anni, nulla si sia mosso? Colpa di chi? Del Ministero? Delle amministrazioni?

“Molti i responsabili, nessuno a cui attribuire una colpa specifica. A parole tutti vogliono aiutare il Serraglio. Chi direbbe esplicitamente di no ad un progetto come il nostro, un rifugio per i derelitti? Il fatto è che, negli anni, si è spesa una montagna di denaro ma per interventi ‘tampone’, senza una vera e importante idea di fondo. C’era chi voleva trasformare il Real Albergo in una città dei ragazzi.

Poi non se ne è fatto più niente. Fino al ’96 qui è stata terra di nessuno. Con un saccheggio sistematico di tutto quanto potesse avere anche un minimo di valore. Il sindaco Bassolino ha preso coscienza del problema, ha nominato cinque saggi. Mimmo Jodice (nel 1980 l’artista fotografo pubblica ‘Vedute di Napoli’ che segna una svolta nel suo linguaggio e contribuisce a fornire una nuova visione del paesaggio urbano e dell’architettura, nel 2003 l’Accademia dei Lincei gli ha conferito il prestigioso premio ‘Antonio Feltrinelli’ per la prima volta dato alla Fotografia. Sempre nel 2003 il suo nome è stato inserito nell’Enciclopedia Treccani ndr), e tanti altri bei nomi, ancora speranze, tutto troppo bello. Nei due mandati della Iervolino è sceso il silenzio su tutto. Pur continuando ad erogare fondi. Dell’oggi parlo poco…”

I lavori che avete eseguito vi fanno onore. Ma fuori è un manifesto dell’incuria…

“Abbiamo restaurato un portale, sempre a spese nostre. Mentre tutto intorno i portali li bruciano. Ma è una goccia nel mare, lo so”.

E’ diventata un caso l’offerta da 5 euro per risollevare le sorti del Real Albergo . Lei pensa, fuori da ogni polemica, che ci possa essere un futuro, almeno dignitoso, per il Serraglio?

“So anche da dove vengono quei 5 euro. Tralasciando gli scoop giornalistici ci troviamo di fronte ad una struttura imponente, voluta da Carlo III per nascondere le vergogne del Regno delle Due Sicilie. Mura di due metri di spessore, ripensamenti continui, anche su sollecitazione del committente, del Fuga che fu costretto a ridimensionare pesantemente il progetto iniziale. Senza dimenticare gli archi del secondo livello ‘appoggiati’, dopo la costruzione, con una sorta di baionetta. Tutti errori che continuiamo a pagare in termini di solidità complessiva”.

E gli elementi positivi?

“Tanti, assolutamente. Non solo l’Albergo riuscì ad accogliere fino a 8000 ospiti, non mi faccia dire come, ma fu una fucina unica di talenti. Artigiani che il mondo ci invidiava: la migliore fonderia dell’epoca, qui sono nati i grandi monumenti dell’800 e del ‘900, la scuola di ricamo in oro di cui si serviva il Vaticano. Non solo: tra queste volte sono nate le più importanti carrozze di tutti i tempi”.

Da dove partirebbe, se fosse lei a dirigere i lavori di recupero?

“Dal cimitero delle 336 fosse, dove venivano gettati ogni giorno i morti di Napoli. C’è un argano meraviglioso, un’opera unica nel suo genere, creato per calare le casse. Con 6mila euro si potrebbe recuperarlo. Le grandi opere di restauro, a volte, partono proprio dai piccoli gesti”.

Fabio Raffaelli


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