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Nuove frontiere
per salvare il legno

Pali esposti al Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto
di Antonella Lobietti, con la collaborazione di Marco Marchesini, Silvia Marvelli, Roberto Monaco

Rari e fragili. I reperti archeologici in legno, per loro stessa natura, sono difficilissimi da rinvenire e ancora di più da salvaguardare. Il legno è un materiale vivo e, perciò, soggetto a deterioramento e si conserva soltanto in particolari condizioni di umidità. I manufatti antichi risparmiati dall’azione del tempo, una volta ritrovati, affrontano un’ulteriore sfida: l’impatto con l’aria. Il Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto collabora dal 1998 con le Soprintendenze per i beni culturali e con diversi gruppi di ricerca archeologici di Università italiane e straniere per la ricostruzione del paesaggio antico mediante le analisi archeoambientali.

BOLOGNA – Il Museo si avvale dell’esperienza di ricercatori e docenti di archeobotanica e di specialisti archeologi che operano su tutto il territorio Italiano ed estero. Dal 2000 il Laboratorio di Archeobotanica del Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto ha messo a punto una nuova metodica per il trattamento e la conservazione di legni archeologici bagnati che preserva i reperti dal degrado e permette di conservarli inalterati nel tempo. L’occasione per avviare gli studi e le ricerche metodologiche sul restauro del legno archeologico bagnato si è presentata in seguito al rinvenimento di un villaggio fortificato risalente all’Alto Medioevo (Castrum) nel quale sono state messe in luce numerose strutture lignee appartenenti ad antiche abitazioni e al fossato difensivo e sono state il primo importantissimo ritrovamento archeologico di legni antichi mai documentato prima in tutta l’area padana.
Le strutture, rinvenute in località Crocetta nel comune di Sant’Agata Bolognese, sono state scavate a partire dal 1994 ed estratte, conservate e recuperate mediante il nuovo protocollo di analisi e restauro in stretta collaborazione con la già Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna.

La ricostruzione del villaggio fortificato

La ricostruzione del villaggio fortificato

UN MATERIALE FRAGILE – L’intervento di recupero dei materiali lignei è molto complesso per la fragilità del materiale e per la sua instabilità, perché il legno, prelevato dal sito e portato alla luce, una volta a contatto con l’ossigeno atmosferico si degrada irreparabilmente nel giro di pochi giorni.
Nei contesti archeologici il ritrovamento di oggetti, strutture e materiali lignei è del tutto eccezionale ed è dovuto a situazioni particolari che hanno consentito ai reperti di giungere pressoché inalterati fino ai giorni nostri grazie alla costante presenza di acqua, fondamentale per creare un ambiente anaerobico favorevole alla conservazione del legno. Questa particolare condizione ha consentito il recupero di vari manufatti che sono rimasti immersi nei fondali marini o sotto falda oppure depositati sul fondo di laghi o in ambienti artificiali quali pozzi, buche, fossati, canali, ecc.

Tuttavia, pur conservandosi nel tempo, il legno rinvenuto in ambienti umidi presenta le componenti dello xilema (cellulosa, lignina) più o meno degradate, per cui, una volta recuperato e quindi sottratto al suo contesto di equilibrio originario ed esposto all’aria, il legno perde velocemente la componente acquosa di cui era impregnato, diventando in tempi stretti un ammasso fragile e deformato. Tutti i reperti del villaggio hanno “trascorso” circa 1200 anni in un ambiente umido e anaerobico, creatosi all’interno di antichi fossati, perché sono stati ricoperti e sepolti da uno spesso strato alluvionale che li ha mantenuti inalterati e li ha preservati nel corso del tempo. L’intero villaggio è stato “sigillato” nel sottosuolo, protetto nel corso del tempo dalle successive occupazioni e attività avvenute nell’area, fino al momento del rinvenimento.

ARRESTARE IL DETERIORAMENTO – Per evitare la loro disintegrazione sono stati effettuati alcuni immediati interventi fin dalle primissime fasi di recupero, come il lavaggio dei reperti con acqua demineralizzata, la desalinizzazione e l’immersione in vasche di conservazione a temperatura controllata con aggiunta di antimicotico/antibatterico. Queste semplici ma efficaci operazioni hanno consentito di bloccare il deterioramento dei reperti e di procedere alle successive fasi di restauro. Durante questa fase sono state eseguite analisi specialistiche di laboratorio (xilologiche, morfologiche, chimico-fisiche, ecc.) in modo da evidenziare non solo le principali caratteristiche del legno, ma anche di valutare il suo stato di conservazione/degrado per meglio individuare la tecnica di consolidamento più idonea e la tempistica dell’intervento.

ANTICA CONOSCENZA – L’esame xilologico, eseguito al microscopico ottico, ha evidenziato che tutti i reperti della palizzata appartenevano a Quercia/Quercus e, più precisamente, soprattutto a Farnia/Quercus robur. L’analisi delle sezioni sottili dei legni al microscopio ottico ha inoltre rilevato la presenza di alcune ife fungine, mentre non sono emerse evidenze di attacchi batterici. Si può dunque affermare che gli antichi abitanti del villaggio scelsero il legno di Quercia con consapevolezza e conoscenza appropriata; infatti il legno di questa pianta e, in particolare della Farnia, che risulta essere la specie maggiormente utilizzata per i pali della palificata che circondava il villaggio, tollera molto bene anche l’alternanza di secco e umido. Inoltre questo tipo di legno, di colore giallo-cenere, pesante, duro, elastico e tenace, resistente agli sforzi e di facile lavorazione, risultava a quell’epoca sicuramente il più adatto alla funzione di contenimento del terrapieno a ridosso del fossato. L’assenza di biodeterioramento conferma l’idoneità della scelta.

Nel formulare queste considerazioni sulla conoscenza del legname è importante ricordare che nelle vicinanze dell’area indagata erano presenti diversi tipi di Quercia e altre piante arboree, come confermano anche gli studi pollinici (analisi dei granuli pollinici, delle spore di felci e di altri sporomorfi) e xilo-antracologici (analisi dei legni e dei carboni) effettuati per la ricostruzione del paesaggio vegetale coevo al villaggio.

UN NUOVO PROTOCOLLO – Il restauro dei reperti lignei è stato realizzato utilizzando la tecnica del consolidamento con Polietilenglicole o PEG 4000 in vasca termo riscaldata; questa metodologia standard è stata per la prima volta parzialmente modificata nei laboratori di San Giovanni in Persiceto per raggiungere l’obiettivo di non alterare le dimensioni e la colorazione dei legni recuperati.

La metodica utilizzata ha permesso infatti di mantenere la forma, il colore e la struttura originale dei reperti. Tutti i pali e gli oggetti, terminati i vari cicli di restauro e prima di essere musealizzati, sono stati nuovamente sottoposti a documentazione fotografica, al rilevamento delle misure finali (lunghezza, larghezza e spessore) e al controllo del peso specifico finale. Grazie alla nuova tecnica non sono state osservate alterazioni dei reperti durante i cicli di trattamento e si può quindi ipotizzare che il restauro abbia in qualche modo restituito ai pali e agli oggetti una forma molto simile a quella reale che essi avevano al momento della realizzazione del manufatto.

Recupero di un palo di quercia ( Farnia ) dal terrapieno.

Recupero di un palo di quercia ( Farnia ) dal terrapieno.

Palificate di sostegno del terrapieno

Palificate di sostegno del terrapieno


UN ESEMPIO DI RECUPERO – Al termine di tutti i controlli, i reperti sono stati disposti ed allestiti su speciali pannellature. Il Castrum altomedievale di Sant’Agata Bolognese costituisce un esempio di recupero, analisi e restauro di numerosi manufatti lignei di diverse dimensioni. L’intervento è stato effettuato su 20 manufatti lignei di uso domestico, (pettini, doghe, cesti, suole) e su 400 elementi strutturali tra pali, paletti, palificate e travi, che sono visibili dal 2004 in un’esposizione permanente presso il Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto (Bologna). Il lavoro e l’esperienza maturata con questo nuovo protocollo permette quindi di proporre per il recupero di reperti archeoxilologici destinati alla musealizzazione la seguente sequenza di interventi:

1) rapido recupero in campo

2) analisi macroscopica con rilievo dei vari parametri morfologici (colore, forma, dimensioni) e stato di conservazione;

3) analisi microscopica allo stereomicroscopio e microscopio ottico con identificazione della specie, dei parametri anatomici interessanti e degli eventuali biodeteriogeni (batteri, funghi);

4) restauro con il nuovo metodo in base alle considerazioni emerse;

5) analisi morfologica immediata post-restauro;

6) monitoraggio successivo dei reperti in museo con ripetizione di analisi per verificare la loro conservazione nel tempo.

Dal 2002 ad oggi, a 15 anni dal trattamento di consolidamento con PEG e dopo le recenti verifiche di controllo, effettuate alla fine del 2016, i reperti si presentano stabili e non mostrano alterazioni, non sono inoltre emersi biodeterioramenti post-restauro. I risultati confermano che la nuova metodologia di conservazione e restauro attualmente è stata confermata come la migliore nella conservazione e mantenimento del reperto ligneo antico.

 

Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto

Porta Garibaldi, Corso Italia, 163

40017 San Giovanni in Persiceto (Bologna)

Tel +39 051 6871757

Fax +39 051 823305

Email: maa@caa.it

Link sezione medievale
Link laboratorio per il restauro dei legni

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