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Intervista ad
Antonio De Simone

Il professor Antonio De Simone, archeologo a capo degli scavi di Somma Vesuviana

di Andrea Barrica

L’archeologo a capo della missione italo – giapponese di Somma Vesuviana racconta la storia di quella che potrebbe essere stata l’ultima dimora di Augusto.

Le fonti antiche dicono che Augusto morì nel 14 dopo Cristo “apud Nolam”. Ovvero nei pressi di Nola, grande e potente municipio romano alle spalle del Vesuvio. A partire dal 2002, con un progetto multidisciplinare dell’Università di Tokyo, a Somma Vesuviana e Starza della Regina, a 13 chilometri circa dall’antica antica città romana, il ritrovamento di una sontuosa villa, ha fatto ipotizzare agli studiosi che, proprio per le dimensioni e la ricchezza degli appartai decorativi, fu proprio lì che il primo imperatore di Roma avesse finito i propri giorni.

Intervistiamo il professor Antonio De Simone, archeologo e docente presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. Una vita dedicata allo studio dell’antichità, passando dagli scavi di San Lorenzo Maggiore a Napoli e la Villa dei Papiri di Ercolano. Da 15 anni a capo della missione italo – giapponese sul versante settentrionale del vulcano che domina il Golfo di Napoli.

Professore, come è stato individuato il sito di Somma Vesuviana?

E’ una storia lunga e un po’ fortunosa, cominciata nel 1929 – 1930. Un contadino scoprì casualmente i resti di alcune strutture antiche. Il podestà e farmacista del paese, Mario Angrisano, era amico di Matteo Della Corte, all’epoca direttore degli scavi di Pompei. Eseguirono uno scavo di 25 metri quadrati e trovarono i pilastri della villa. Dopo una perizia da parte dei vulcanologi, la villa fu valutata come pre ’79 d.c. Successivamente, i lavori di scavo vennero presto abbandonati. Poi la guerra e la costruzione di nuove abitazioni hanno completamente fatto dimenticare il sito.

L’attribuzione ad Augusto trova conferme?

Al momento è una conclusione incongruente. Adesso sappiamo che lo strato di materiale vulcanico che copre la villa risale ad una seconda eruzione del Vesuvio, quella del 472 d.c., perciò la struttura è da attribuire al periodo post ’79. Comunque allo stato attuale delle nostre ricerche, non possiamo escludere che la villa non si sia sviluppata su di un nucleo ancora più antico, come del resto indicherebbero le molte statue e opere d’arte risalenti proprio al periodo pre ’79 ritrovate all’interno. Il valore scientifico degli scavi è estremamente elevato.

Non si era mai lavorato su di una villa post ’79 nella nostra zona e, per esempio, l’altezza stessa di 12 metri della struttura costituisce un dato fino ad adesso del tutto privo di confronti. Si pensi che a Pompei non si va oltre i 4 metri. Insomma, il sito offre continue novità, e dal punto di vista scientifico rappresenta una miniera di possibili nuove scoperte. In questi 15 anni abbiamo scavato per una superficie di ben 2.500 metri quadri, ovvero cento volte di più rispetto al primo approccio di Della Corte. E’ già un grande risultato, ma che indica quanto l’estensione dell’intera struttura debba essere di gran lunga maggiore.

 


Foto Ansa
Insomma, Della Corte ha avuto un po’ troppa fretta?

Nel 1930 si conosceva ben poco dell’eruzione del 472. Il ragionamento di della Corte fu molto semplice e lineare: vista la magnificenza della struttura, la datazione (errata) pre ’79 e la zona di Somma Vesuviana, era plausibile pensare che la villa potesse essere stata l’ultima dimora di Augusto.

In che stato di conservazione si trova l’edificio?

Ottimo. La struttura appare integra, e tutto fa pensare che negli anni abbia avuto un ampliamento e subito un parziale cambio di destinazione d’uso. Siamo nella parabola discendente dell’Impero, ed è molto probabile che la villa, da pura residenza nobiliare, si sia trasformata in una tenuta agricola capace di produrre ben 100.000 litri di vino l’anno.

Una quantità di vino molto elevata per l’epoca. Ma come siete riusciti a calcolarla?

Grazie all’estensione dei terreni circostanti e soprattutto ai dolia rinvenuti, ovvero i recipienti che si usavano per conservare il vino. In base al loro numero e alla loro capienza siamo riusciti a stimare la quantità media della produzione.

Se non proprio l’imperatore Augusto, il proprietario non doveva comunque essere un uomo comune..

Assolutamente. Al momento non abbiamo evidenze sulla proprietà, ma è chiaro che stiamo parlando di qualcuno dalla grande ricchezza ed influenza. Sono tutte cose che avremo modo di conoscere soltanto proseguendo il nostro lavoro. La nostra concessione ministeriale scade quest’anno, ma abbiamo già fatto richiesta per un rinnovo per il prossimo triennio.

Cosa spinge l’Università di Tokyo ad investire in un progetto di ricerca così costoso qui in Italia?

E’ prassi per il mondo accademico investire in ricerca all’estero. Per l’archeologia giapponese è indispensabile recarsi all’estero per avanzare scientificamente, e l’Italia è un territorio molto ricco sotto questo aspetto. Poi il progetto di Somma Vesuviana mette in relazione dipartimenti diversi, che vanno da archeologia a vulcanologia, giustificando un investimento tanto ingente nel nostro Paese.

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