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I beni culturali sono dei cittadini,
non dei direttori e soprintendenti

di Andrea Barrica


Cultura, ricchezza, sostenibilità dei beni culturali e rilancio economico dei comuni terremotati. In un’intervista al Giornale del Restauro il professor Fabio Donato, economista dell’Università di Ferrara e Presidente del comitato tecnico- scientifico per i musei e l’economia della cultura del MIbact, racconta qual è lo stato dell’arte in Italia e in Europa.

Tremonti sosteneva che “con la cultura non si mangia!”. La frase, pronunciata qualche anno fa dall’allora ministro dell’Economia per motivare i profondi tagli alle università e alla scuola nella finanziaria 2010, a quasi 17 anni e 4 Governi di distanza rimane ancora di estrema attualità. C’è infatti chi vede nello sterminato patrimonio artistico e culturale del nostro Paese una risorsa, un enorme giacimento petrolifero che per il solo motivo di esistere dovrebbe in qualche modo generare ricchezza, ma c’è anche chi, invece, sostiene che proprio tanta abbondanza sia impossibile da gestire secondo criteri di economicità, e guarda ai beni culturali come ad una grande emorragia di denaro pubblico da tamponare con urgenza in tempi di ristrettezze economiche.

Proviamo a fare il punto con il professor Fabio Donato, economista dell’Università di Ferrara e Presidente del comitato tecnico- scientifico per i musei e l’economia della cultura del MIbact, al quale chiediamo se per il nostro Paese i beni culturali siano davvero sostenibili a livello economico. “Dipende da cosa intendiamo per economicità. Se ci riferiamo alla capacità di una singola istituzione culturale (come un teatro o un museo) di sostenersi esclusivamente tramite risorse proprie, le esperienze, anche internazionali, ci insegnano che tale ipotesi non è possibile e che l’intervento pubblico è assolutamente necessario. Cosa, tra l’altro, più che giusta rispetto ad un settore pubblicamente meritorio come la cultura. Discorso diverso, invece, se ci riferiamo ad un sistema o un territorio nel suo complesso. Se prendiamo in considerazione una Regione, ad esempio, abbiamo una serie di musei, teatri, monumenti, beni paesaggistici ecc. in grado di attrarre turismo e creare lavoro per la gestione, la promozione, la manutenzione. Tali condizioni permettono alla cultura non solo di essere sostenibile, ma addirittura di generare ricchezza”.

Ricchezza di cui mai come oggi avrebbero bisogno gli abitanti dei comuni colpiti dal terremoto in Centro Italia. Pochi giorni fa il professor Giovanni Carbonara ha affrontato il delicato tema della ricostruzione in un editoriale per il Giornale del Restauro. Ma c’è anche un altro aspetto di vitale importanza d tenere in considerazione, ovvero le terribili ricadute proprio sul settore turistico. Gran parte dell’economia locale ruotava attorno a questo ambito e il timore (fondato) degli abitanti è che insieme ai monumenti, alle chiese e ai borghi, spariscano anche i turisti.

Credo che esistano due tipi di turista: il primo, che possiamo definire ‘classico’, è quello che visita una località al fine di vedere qualcosa; il secondo, che invece possiamo definire ‘viaggiatore’, è spinto più dalla voglia di conoscere e partecipare alla vita della collettività che lo ospita. Il rilancio turistico delle aree terremotate a mio parere dipende proprio dalla capacità delle amministrazioni di attirare questa seconda tipologia di visitatori.

Come?

 

Ad esempio con iniziative e festival a forte tema identitario, che abbiano come tema centrale la ripartenza del territorio post sisma. Credo che incentivando tali percorsi di partecipazione alla ricostruzione si possa favorire la rinascita turistica, e quindi anche economica, dei luoghi colpiti dal sisma. Naturalmente, bisognerà fare di tutto per evitare il turismo della disgrazia.

Sempre più imprenditori finanziano il restauro di monumenti e opere d’arte appartenenti al patrimonio. Tuttavia, non cessano le polemiche riguardo a tale apertura agli investimenti privati, secondo molti orientati esclusivamente al ritorno di immagine delle aziende. Qual è la sua posizione in merito?

Penso che il rapporto pubblico – privato non si sia solo di natura mercantile. In Italia è un tema che negli ultimi 40 anni ha visto prevalere un atteggiamento elitario, ma i beni culturali sono dei cittadini e non di direttori e soprintendenti. Senza contare, poi, che qualsiasi intervento su un bene pubblico, anche se interamente finanziato da un privato, deve necessariamente passare dalla soprintendenza, che ne approva il progetto e gestisce le gare. Inoltre, credo che aprire ai privati, singoli cittadini, volontariato e imprese, non solo sia opportuno ma anche giusto in termini di partecipazione e appartenenza.

Sono le stesse intenzioni che hanno portato ad Art bonus, l’esenzione fiscale di circa il 65% sulle donazioni a enti e istituzioni culturali varata nel 2014 dal Governo. Crede che sia la strada giusta?

Sicuramente è un primo passo. I dati raccolti ne confermano l’efficacia, inoltre il provvedimento ha il merito di coinvolgere i cittadini e di scardinare il modello elitario a cui accennavo. E’ stato un importante risultato raggiunto dal ministro Franceschini, che è riuscito a farlo approvare tra molte ostilità.

Però al momento sembra che Art bonus non sia in grado di garantire un’equa distribuzione dei fondi tra gli enti richiedenti, come dimostra l’esempio limite degli oltre 23 milioni di euro per la Scala di Milano contro i soli 5 euro raccolti per il Real Albergo dei Poveri a Napoli. Inoltre, anche a livello territoriale il provvedimento conferma un enorme divario tra Nord e Sud del Paese…

A differenza dei classici interventi pubblici, l’Art bonus si fonda sulle donazioni private, e non è possibile indirizzare i fondi proprio perché è il donatore stesso a scegliere il beneficiario. Modalità che ritengo corretta in quanto rispetta la volontà del ‘mecenate’. Questo però non esclude che non si possa migliorarla. Ad esempio, proprio la centralità dell’esenzione fiscale, insieme ad una modulistica non semplicissima, hanno contribuito ad attirare prevalentemente donazioni di una certa consistenza da medie e grandi imprese. Tali condizioni hanno perciò favorito maggiormente enti e istituzioni di grande prestigio. Sono però convinto che arricchendo Art bonus delle logiche di una piattaforma di crowdfunding, e semplificando l’accesso a livello burocratico, si possa accrescere esponenzialmente il flusso di piccole donazioni (tra le 5 e le 10 euro, per intenderci). Tale assetto favorirebbe il coinvolgimento di molti più cittadini e stimolerebbe il loro senso di appartenenza, contribuendo in maniera decisiva a ridurre la forbice tra chi riceve di più e chi di meno.

Fino a pochi mesi fa è stato il rappresentante italiano in Commissione Europea per Horizon 2020 – Societal Challenge ‘Europe in a changing world: inclusive, innovative and reflective societies’. Di cosa si tratta?

E’ il Programma Quadro europeo per la Ricerca e l’Innovazione sul periodo 2014 – 2020. La mia attività si riferiva all’area inclusione sociale, innovazione sociale, cultura e patrimonio culturale. In tre anni abbiamo spinto affinché cultura e patrimonio fossero trainanti nei bandi europei. Oggi sono diventati parametri prioritari, e il fatto che adesso i fondi ottenuti dall’Italia siano il 40% in più rispetto al recente passato è un dato molto significativo.

A proposito dei bandi. Si dice sempre che l’Italia faccia molto fatica ad aggiudicarseli. Se è così perché l’Europa ci maltratta?

Non possiamo lamentarci dei bandi. Negli ultimi anni sono stati destinati all’Italia parecchi fondi per la cultura. Il fatto è che gran parte dei finanziamenti sono ritornati indietro perché i progetti presentati non avevano gli standard qualitativi richiesti. In realtà, il vero problema è che molte volte, se non troppe, non abbiamo avuto la capacità di proporre progetti seri e competitivi rispetto agli altri Paesi. Il che fondamentalmente dimostra due cose: che i fondi europei per la cultura ci sono eccome, ma che spesso non siamo stati in grado di spenderli; e che per spenderli occorrono competenza e professionalità nella stesura dei progetti. Per il futuro diventa perciò essenziale investire con convinzione sulla formazione e la preparazione del management delle istituzioni culturali.

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