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Così ho recuperato un gioiello
degli Anni Novanta

Love me

Azione e reazione. Fabiola Rocco racconta come affrontare il restauro di un’opera contemporanea di nylon e papier – mâché. ‘Love Me’ è del 1998, di proprietà della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, un pezzo importante della famosa collezione

di Benedetta Bodo di Albaretto

Love Me è un’opera realizzata in nylon e papier-mâché nel 1998, di proprietà della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, un pezzo importante della famosa collezione, e come tale studiato e mantenuto al meglio negli anni perchè potesse viaggiare ed essere esposto ai quattro angoli del globo, come vuole la tradizione dell’arte contemporanea. Parliamo infatti di un’arte viva e dinamica, capace di portare con sé il messaggio degli artisti, dei musei e delle collezioni che la ospitano in giro per il mondo, oltrepassando confini fisici e culturali. Questo non senza effetti collaterali, che nel tempo vengono debitamente affrontati da conservatori e restauratori specializzati in arte contemporanea.

Love me si colloca agli albori della carriera artistica di Sarah Lucas, artista londinese irriverente e ribelle nata nel 1962 nel quartiere di Islington, a Londra, dove ancora oggi vive e lavora.

Realizzata alla fine degli anni Novanta, in un momento di forte fermento creativo e personale per l’artista, l’opera rappresenta la parte inferiore di un corpo femminile languidamente adagiato su una piccola sedia di legno. Si tratta di una scultura polimaterica costituita da diversi materiali atipici, poichè in questo momento del proprio percorso creativo Lucas prese in considerazione le possibilità espressive offerte da diversi materiali, tra cui calze di nylon, kapok e tabloids.

Love Me non è stata la sola scultura di questo genere, anzi, è intimamente legata a due lavori successivi realizzati dall’artista nel 1999, intitolati Hysterical Attack (Mouth) e Hysterical Attack (Eyes). Queste due sculture presentano la stessa forma e tipologia di materiali di Love Me, ma se ne discostano in quanto a rifinitura superficiale: Hysterical Attack (Eyes) risulta infatti ricoperta da solo ritagli di occhi mentre Hysterical Attack (Mouth) presenta solo frammenti di bocche femminili.

RIVESTITA DA IMMAGINI – Analizzandola nel dettaglio, l’opera risulta rivestita da immagini – collage, ritagli di giornale – prelevate da riviste e tabloids contemporanei, un elemento distintivo della poetica artistica di Lucas. Ma cosa aspettarsi per quanto riguarda la struttura portante? A questo genere di domande può rispondere la restauratrice Fabiola Rocco, specializzatasi al Centro di Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, che ha lavorato per mesi su Love me, suo progetto di tesi magistrale, con il supporto di un’equipe di storici, scienziati  e restauratori specializzati – tra cui menzioniamo l’esperto di opere d’arte su carta e consulente in conservazione preventiva Antonio Mirabile, arrivato direttamente da Parigi, dove vive e lavora per il Ministero della Cultura Francese, che lo ha abilitato a restaurare i beni artistici e culturali appartenenti ai Musées de France.

Dottoressa Rocco, il suo progetto di tesi sembra essersi focalizzato su un’opera affascinante ma complessa. Quali erano le principali cause di degrado, quelle che hanno motivato uno studio e un successivo intervento di restauro?

La decisione da parte della Fondazione Sandretto di restaurare Love Me è stata motivata da un danno accidentale, un’ammaccatura molto visibile in corrispondenza della gamba destra dell’opera. Inoltre, era presente una lacerazione in corrispondenza del ginocchio sinistro, ed entrambi i degradi limitavano la fruizione dell’opera impedendole, per questioni di sicurezza, di essere movimentata e quindi esposta. In seguito si è riscontrata anche la presenza di un’altra lacerazione in corrispondenza del busto della scultura, alcuni diffusi sollevamenti e la presenza di interventi di restauro pregressi che causavano un degrado meccanico e estetico, in quanto realizzati con materiali incompatibili con il supporto cartaceo di Love Me.

Esternamente è possibile inquadrare le caratteristiche materiche della scultura, ma come ha studiato la struttura portante, ha scoperto com’è stata realizzata Love me?

Un approfondito studio della bibliografia disponibile ed il confronto tra Love Me e altre opere prodotte da Lucas ci ha permesso di fare alcune supposizioni. L’artista è solita utilizzare per le sue Bunny un’armatura portante attorcigliando del fil di ferro proveniente dalle gabbie adoperate nell’allevamento del pollame, inserita all’interno di una calza da donna in nylon; successivamente la calza viene riempita con kapok, una fibra naturale molto leggera simile al cotone. Il corsetto della calza viene poi ripiegato lungo lo schienale della sedia e bloccato con dei morsetti da falegname. Nel caso in esame, la rifinitura in papier-mâché ha impedito di verificare l’utilizzo di questi materiali, in particolare era in dubbio l’uso della fibra kapok come materiale da imbottitura, dato importante perché Love Me si colloca agli albori della carriera artistica di Lucas, in un momento di transizione per quanto riguarda la scelta dei materiali. Gli esempi precedenti sono infatti due sculture zoomorfe rappresentanti un ragno (Fat Anarchy Spider, 1993) e un polipo (Octopus, 1993) le cui forme sono state ricreate imbottendo delle calze con fogli di giornale appallottolato, mentre il kapok venne utilizzato per la prima volta per Pauline Bunny, la prima Bunny, realizzata un anno prima rispetto a Love Me. È emersa quindi una sperimentazione in atto rispetto ai materiali utilizzati da Lucas, per questo ho consultato direttamente l’artista per mail, con domande incentrate sia sui materiali costitutivi dell’opera che sulle operazioni di restauro ammesse da parte sua. Sfortunatamente, a causa del tempo trascorso, Lucas non è stata in grado di fornire delle informazioni certe, confermando solo l’utilizzo della calza di nylon e dell’armatura interna.

Quindi come ha deciso di procedere?

Sono ricorsa ad un metodo empirico, realizzando una serie di provini per riproporre la tecnica di Lucas, utilizzando le due diverse tipologie di imbottitura. L’apparenza estetica, dal punto di vista del volume e della forma, ha indicato come più simili all’originale i campioni realizzati con il kapok. Un secondo dubbio era legato ai materiali utilizzati come adesivo e come protettivo. In fase di intervista l’artista ha indicato di aver usato per i ritagli una colla da tappezzieri, mentre come vernice protettiva una resina industriale acrilica. È stato necessario prelevare un frammento di carta di giornale e vernice su cui effettuare delle analisi diagnostiche. La Spettrofotometria Infrarossa in Trasformata di Fourier (FT-IR) ha permesso di individuare l’uso di una colla a base di sola cellulosa, mentre grazie all’analisi in Pirolisi Gascromatografia Spettrometria di Massa (Py-GC-MS)  è stato determinato l’uso di una resina acrilica a base di n-BA/MMA.

Gli interventi di restauro del contemporaneo spesso necessitano di una fase di ricerca – bibliografica e scientifica – articolata, perché mancano i riferimenti e i casi studio a cui far fede nel momento di pianificare una strategia adeguata. In questo caso, come ha proceduto?

È stato necessario effettuare un’accurata ricerca bibliografica su casi studio analoghi e per caratterizzare i materiali costitutivi sotto il profilo chimico-fisico-meccanico, anche perché l’uso della carta di giornale e la tridimensionalità dell’opera rendevano le operazioni di restauro ancora più difficoltose da pianificare e progettare. Nello specifico, era necessario individuare un prodotto che svolgesse sia funzione di adesivo che di consolidante; secondariamente è stato necessario studiare le tecniche, previste nel restauro dei materiali cartacei, per la risoluzione di ammaccature e lacerazioni in oggetti tridimensionali. La nostra attenzione si è concentrata sul restauro di globi terrestri, maschere teatrali in papier-mâché e modelli anatomici del Dottor Auzoux, le opere con le caratteristiche più simili a Love Me. Basandoci su questi casi studio è stato possibile determinare la predominanza di adesivi naturali polisaccaridici e di fogli di carta giapponese molto sottile come inserti. Per quanto riguarda invece la problematica di porre un peso su un’opera tridimensionale, tutti gli autori coinvolti nel restauro concordavano sulla difficoltà dell’operazione proponendo l’uso di clamp e bande elastiche. Nel caso di Love Me avevamo bisogno di un metodo non troppo invasivo, così abbiamo progettato un sistema di trazione esterno in modo da preservare il più possibile il materiale originale.

Può raccontare in breve la natura dell’intervento di restauro?

L’intervento di restauro ha previsto un’iniziale pulitura a dry cleaning della superficie dell’opera, mediante diversi materiali – panno in microfibra-microfilamento, spugna high density latex free in poliuretano polietere, pennellesse a setole morbide, microaspiratore chirurgico, pinzette – sia sulla scultura che sulla sedia lignea. A seguire abbiamo rimosso i precedenti interventi di restauro e siamo intervenuti sulla lacerazione presente sul ginocchio: a seguito di numerosi test preliminari è stata scelta la colla d’amido, applicata su un inserto in carta giapponese a sua volta posizionato parzialmente all’interno della lacerazione e parzialmente all’esterno. È stato infine progettato un sistema di trazione esterno, per mantenere un peso in posizione e permettere la completa riadesione dei lembi della lacerazione. Lo stesso trattamento è stato riservato al piede sinistro della scultura, ed entrambi si sono conclusi con la stuccatura e il ritocco delle lacune e la riproposizione del film protettivo superficiale.

Particolarmente impegnativo è stato invece l’intervento condotto sulla deformazione. Studiando i sistemi medici per l’allungamento delle gambe, è stata costruita una struttura cilindrica esterna composta da una ghiera fissa, due ghiere mobili, scorrevoli su quattro barre filettate tramite bulloni, e un braccio meccanico che ne permetteva il basculamento. La superficie dell’opera è stata protetta sopra e sotto la deformazione con delle fasce in carta giapponese, sopra le quali sono stati adesi dei tiranti in tessuto sintetico. La gamba è stata inserita all’interno della struttura e i tiranti bloccati sulle due ghiere mobili con delle pinze metalliche. Grazie alla trazione esercitata dall’allontanamento calibrato delle due ghiere, la deformazione è stata quasi completamente recuperata. Infine, a scopo precauzionale, la zona di intervento è stata rinforzata con una fascetta in carta giapponese molto sottile adeso con colla d’amido, la quale risulta completamente invisibile da asciutta.

Quanto tempo ha richiesto questa operazione?

L’intervento in sé non ha richiesto molto tempo, sono stati necessari poco più di tre mesi per completare le operazioni di restauro. La campagna di sperimentazione, d’altro canto ha richiesto uno studio molto lungo e approfondito, perchè è stato doveroso testare ogni materiale prima di applicarlo sull’opera, in modo da valutarne la compatibilità con carta ed inchiostri, la resa – sia meccanica che estetica – e la ritrattabilità nel tempo, per un totale di otto mesi di sperimentazione.

L’artista ha dato un suo parere rispetto all’intervento?

Tramite l’intervista ha espresso la volontà di porre un’ulteriore strato di protettivo sull’opera, allo scopo di limitare il continuo scolorimento degli inchiostri da stampa. Abbiamo quindi svolto numerosi test ed individuato la resina e il solvente più idonei per lo scopo: una resina acrilica disciolta in etanolo, alla quale è stato aggiunto un filtro UV. In questo modo non si altera l’attuale apparenza estetica della resina originale.

Ritiene che l’intervento che ha messo a punto possa essere di riferimento per altri colleghi in futuro?

Dopo quasi un anno di studi la mia speranza è sicuramente che le conclusioni a cui sono arrivata possano essere di aiuto ad altri restauratori nella progettazioni di altri interventi di restauro.

Durante il mio progetto di tesi ho avuto modo di studiare prodotti di ultima generazione, non ancora commercializzati in Italia o completamente estranei alla pratica di restauro, e spero che possano divenire un punto di partenza per future ricerche. Per quanto concerne gli espedienti tecnici messi a punto per restaurare Love Me temo che, data la particolarità dell’opera, rimarranno un caso isolato, benché un riferimento per la realizzazione di strumentazioni con questo fine. Il restauro dell’arte contemporanea è un campo innovativo, in pieno sviluppo e sperimentazione: ogni nuova ricerca, anche se finalizzata al restauro di una specifica opera, permette di imparare nuove tecniche e sviluppare approcci che arricchire il lettore.

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