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Biblioteca Vaticana,
i tesori si salvano così

Una suggestiva immagine della Biblioteca Vaticana

A volere una nuova struttura dedicata al restauro fu papa Leone XIII che, nel 1890, inaugurò uno dei più antichi laboratori presenti all’interno di una biblioteca; fu impostato in coerenza con il pensiero di Franz Ehrle (vedi primo servizio) e il suo principale obiettivo è stato e rimane quello di salvare la ricca collezione di manoscritti e stampati dai danni di natura fisica, chimica o biologica

di Fabio Raffaelli

Abbiamo visto, nel corso del primo servizio dedicato ai tesori della Biblioteca Vaticana, ma soprattutto al loro stato e alle iniziative per salvaguardarne il futuro, come complessa sia, da sempre, la macchina operativa. Già alla fine del XIX secolo veniva sentita la necessità di un nuovo laboratorio di restauro, dove lavorassero esperti aggiornati sulle ultime tecniche per proteggere opere così importanti. Non solo quindi di valore come lo intendiamo, il più delle volte, economicamente parlando (che stima dare del resto a pezzi unici?) ma soprattutto fondamentali per la conoscenza e l’approfondimento della storia della Chiesa. La nuova struttura operativa della Biblioteca Vaticana, creata attorno al 1890 per volere di papa Leone XIII, può essere considerato come uno dei più antichi laboratori presenti all’interno di una biblioteca; fu impostato in coerenza con il pensiero di Franz Ehrle (vedi primo servizio) e il suo principale obiettivo è stato e rimane quello di salvare la ricca collezione di manoscritti e stampati dai danni di natura fisica, chimica o biologica, per assicurarne la trasmissione ai posteri.

L’ULTIMO TRASLOCO – Dopo aver cambiato diverse sedi, nel 1936 il laboratorio fu definitivamente collocato sotto il Museo Chiaramonti, dove si trova ancora oggi (Iori), e ha ricevuto negli anni numerosi interventi migliorativi fino a quello del 2008, grazie al quale ha raddoppiato la sua superficie. Gli addetti al lavoro proseguono l’importante eredità, in particolare la tradizione del restauro dei fogli pergamenacei, manoscritti. Il laboratorio ha saputo poi ben integrare questa antica tradizione con la nuova visione del restauro, percepito anche come momento di studio archeologico.


Consapevoli che qualunque operazione di restauro comporta un evento traumatico e una perdita d’informazione,  l’impegno corale è stato quello di intervenire con estrema discrezione ma allo stesso tempo di assicurare la funzionalità del manufatto.

OGNI FASE DOCUMENTATA – “Ogni fase del restauro – spiegano i coordinatori del Laboratorio – è documentata tramite una accurata scheda, corredata da immagini digitali, dove sono riportati i materiali e le tecniche utilizzate. È previsto che tutti i dati finora raccolti siano provvisoriamente inseriti in un database, dove confluiranno anche le informazioni pregresse, relative ai restauri eseguiti sin dal 1920, contenute oggi in registri cartacei. Il sistema faciliterà la conoscenza e la valutazione futura dei procedimenti e dei materiali più idonei, in linea con il pensiero del Cardinale Ehrle”.

La cura del materiale librario attraverso la prevenzione si è protratta nei secoli e si è avvalsa di volta in volta delle nuove tecnologie. Già dal 1983 è stato realizzato un nuovo deposito seminterrato per i manoscritti, progettato secondo le più innovative misure conservative (Federici).

“La depolveratura e la disinfestazione dei libri – concludono gli esperti – sono state sempre affrontate con materiali e sistemi periodicamente aggiornati; in particolare dal 2000 si è dato l’avvio a un lavoro di disinfestazione eseguito con sistemi anossici e un mirato intervento di depolveratura, che ha richiesto l’impegno di personale di supporto”.